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INVITO A CENA


di La-mandria
01.09.2026    |    1.035    |    8 8.0
"Senza cedere alla paura, guidata da un impulso che non apparteneva più alla sua coscienza civile ma a quella notte primordiale, Tosca socchiuse le labbra e accettò il boccone..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG



PREFAZIONE DEGLI AUTORI

La storia ufficiale dell'esplorazione del Pacifico è un susseguirsi di coordinate cartesiane, di scoperte rivendicate in nome di imperi e di catalogazioni biologiche. Tuttavia, esiste una geografia sommersa, una mappa del terrore e del desiderio che la cartografia occidentale ha deliberatamente scelto di cancellare.
Nel XIX secolo, le rotte baleniere che attraversavano la Polinesia equatoriale parlavano a bassa voce di un’isola priva di nome, segnata sui giornali di bordo da una croce di minio e dalla dicitura: Vietato lo sbarco. Popolazione ostile.
Non si trattava della mera ostilità difensiva incontrata in altre radure del Pacifico, né del cannibalismo rituale già documentato nelle Fiji o durante l'infame etnocidio dei Moriori ad opera dei guerrieri Maori.
L'Isola dei Daiaki rappresentava qualcosa di più arcaico e tremendo: una comunità interamente strutturata attorno alla sacralità della carne umano-animale, alla distillazione di sostanze psicotrope vegetali e al culto della trasmutazione sensoriale.
La carne, per i Daiaki, non era un mero alimento né un semplice trofeo di guerra: era un veicolo spirituale (l' Kai-Nui), regolato da divieti ( Tabu ) di tale rigore che la sua preparazione richiedeva il consumo simultaneo di fumi profumati capaci di alterare la mente dei vivi e placare l'anima dei morti. Violarne la cucina significava la dannazione; esserne assimilati significava perdere per sempre la propria identità civile.
Il resoconto che segue narra della spedizione compiuta nel 1888 a bordo del bastimento L’Astrolabe, un mix tra realtà e fantasia.
Se abbiamo scelto di dare forma narrativa a queste memorie è per restituire la verità fisica, sensoriale ed erotica di un'esperienza che mise a nudo la fragilità della scienza razionale di fronte all'abisso della natura selvaggia.

********

La prua de L’Astrolabe fendeva l’oceano con un fruscio costante, quasi ipnotico, mentre le acque turchesi della Polinesia lasciavano gradualmente il posto a una tonalità blu scuro, quasi cupa.
L’aria era satura di un calore umido, denso, che s’appiccicava alla pelle come una seconda veste. Ogni respiro sembrava trattenere il peso del mare, un vapore salmastro che scaldava i polmoni e risvegliava i sensi assopiti da settimane di navigazione.
All’orizzonte, l’isola emergeva dalle nebbie mattutine come una schiena di drago ricoperta di verde smeraldo: un rilievo carnale, eretto dal fondo dell'oceano, pulsante di una vita cieca e primordiale. Sulle carte nautiche dell’epoca quella terra non aveva un nome ufficiale; era segnata soltanto da una croce rossa e da una nota sintetica, tramandata dai marinai del XIX secolo: Vietato lo sbarco. Popolazione ostile.
A bordo del piccolo bastimento, la spedizione scientifica guidata dal dottor Arthur Sterling osservava la costa con un misto di timore e venerazione.
Accanto a lui, la giovane antropologa Tosca avvertiva il contatto con l'aria dell'isola come una carezza vischiosa.
Il lino della sua camicia, zuppo di sudore e salsedine, aderiva con ostinazione alle forme del petto e della schiena, rivelando ogni brivido a ogni minima raffica di vento. Con dita tremanti, sfiorava la pelle scoperta del collo, dove piccole gocce limpide scivolavano lente verso la scollatura, lasciando una scia di calore pungente.
Il botanico Vincenzo controllava gli strumenti per l'ultima volta, ma le sue mani tradivano un tremito viscerale: per anni avevano studiato i frammenti di racconti sui Daiaki, una tribù rimasta completamente isolata dal resto del mondo, ritenuta custode di rituali ancestrali mai documentati dalla scienza moderna.
L'aria si fece densa, quasi commestibile, non appena la lancia a remi toccò la battigia di sabbia vulcanica nera.
Era una sabbia fine, scura, calda come cenere viva, che penetrava tra le dita dei piedi e si appiccicava alle caviglie nude.
La vegetazione della giungla non si limitava a circondare la spiaggia, ma sembrava protendersi verso il mare con radici aeree intrecciate e felci gigantesche, simili a braccia bagnate tese nell'atto di afferrare e inghiottire.
Il silenzio dell'isola era quasi innaturale, un silenzio gravido, interrotto soltanto dal battito sordo delle onde e dal richiamo lontano e lacerante di uccelli tropicali dai colori sgargianti.
Mentre s'inoltravano nell'intrico di palme e liane, gli esploratori avvertirono immediatamente di essere osservati.
Non era una semplice occhiata di guardingo sospetto, ma una pressione fisica, un contatto tattile percepito a distanza.
Tra le ombre del sottobosco, le sagome dei guerrieri Daiaki si muovevano con grazia felina, invisibili agli occhi inesperti dei visitatori. Il sudore brillava sui loro corpi nudi, riflettendo la luce filtrata dalle chiome degli alberi come lamina d'olio.
La tribù aveva notato la loro presenza fin da quando l'imbarcazione era apparsa all'orizzonte, assaporando l'intrusione di quei corpi stranieri prima ancora di toccarli.
La marcia all'interno dell'isola fu un'esperienza quasi sensuale e claustrofobica.
Il fogliame umido sfiorava le braccia scoperte di Tosca, lasciando patine di rugiada odorosa di terra profonda e polline amaro.
Vincenzo tentava di appuntare osservazioni botaniche, ma l'aria satura faceva colare l'inchiostro sul taccuino, dissolvendo i concetti razionali in macchie violacee e informi.
Ogni passo nel sottobosco li allontanava dalla civiltà, immergendoli in un ecosistema in cui il limite tra l'umano e il selvaggio appariva sfumato, dissolto dal calore equatoriale.
Nel cuore del villaggio, protetto da enormi palizzate di legno intagliato con figure antropomorfe dai tratti eretti e minacciosi, si svolse una riunione d'urgenza.
I Daiaki erano uomini e donne dalla corporatura possente, la pelle bronzata e levigata come pietra di fiume, decorata con complessi tatuaggi geometrici che raccontavano le stirpi dei loro antenati e le vittorie in battaglia.
Quei segni neri, incisi a fondo nella carne, seguivano le curve dei muscoli, accentuando la forza dei pettorali, lo stacco dei fianchi, la rotondità scultorea delle cosce.
Al centro della radura principale, attorno al fuoco sacro il cui calore arrostiva l'aria rendendola vibrante, gli anziani e i guerrieri più giovani discutevano la sorte degli intrusi.
La frazione degli anziani, sostenuta da un piccolo gruppo di guardiani delle tradizioni, proponeva di osservare gli stranieri per comprendere l'origine della loro tecnologia e il motivo del loro arrivo.
La fazione dei guerrieri, guidata dal capo guerriero Kaelo, rifiutava ogni forma di contatto pacifica. Per Kaelo, chiunque violasse la linea sacra della spiaggia rappresentava una minaccia mortale per la purezza e la sicurezza del villaggio.
Kaelo parlava muovendosi attorno alle fiamme con la lentezza ipnotica di un predatore.
I suoi addominali scolpiti contraevano la pelle lucida di sudore a ogni respiro profondo; sul suo torso, il disegno di un'enorme manta scura sembrava muoversi e battere le ali insieme al ritmo del suo torace.
Il suo sguardo si posò su Tosca, indugiando sulla linea della sua gola, sul modo in cui la stoffa bagnata le segnava i fianchi e il respiro affannoso le sollevava il petto.
Non c'era solo ostilità nel suo piglio, ma il dominio ancestrale di chi riconosce la debolezza della carne altrui e intende piegarla.
La discussione fu breve e accesa. Prevalse la linea intransigente dei guerrieri: gli stranieri dovevano essere catturati prima che potessero fare ritorno alle loro navi e rivelare la posizione dell'isola al mondo esterno.
L'agguato fu rapido, silenzioso e travolgente.
Prima che gli antropologi potessero persino estrarre gli strumenti di misurazione o tentare un gesto di pace, vennero circondati e sopraffatti da decine di guerrieri armati di lance in legno duro e scudi decorati con piume di tucano.
Mani calde, prive di esitazione, rugose e forti come radici, si serrarono sui polsi degli esploratori. Tosca avvertì la presa rigida di un guerriero alle sue spalle: le dita dell'uomo le afferrarono la vita, premendola contro il proprio petto nudo e bollente per immobilizzarla.
Il calore viscerale di quel corpo, l'odore di resina, pelle pulita e fumo selvaggio che emanava da lui le mozzò il fiato in gola, trasmettendole una scossa che dalla spina dorsale le si irradiò fin dentro le viscere.
Ridotti all'impotenza, vennero condotti al centro della grande radura.
La notte s'abbatté sul villaggio con la violenza d'un sipario di velluto bagnato.
Con il buio, l’aria si fece talmente densa che il solo respirare richiedeva uno sforzo fisico, un'inalazione faticosa di vapori salmastri e di un aroma nuovo, pesante, che proveniva dalle cucine rituali poste ai margini della grande radura.
Fino a quel momento, la paura degli esploratori era stata un’astrazione teorica, alimentata dai vecchi diari di bordo, ma quando due guerrieri portarono al centro della piazza enormi vassoi in pietra vulcanica scura, l’orrore divenne fisico, organico, viscerale.
Su quei piatti giacevano tagli di carne arrostita lentamente su braci di legni resinosi, steccati con bacche selvatiche e cosparsi di una salsa densa, rossastra, che colava lenta lungo i bordi decorati della pietra.
Un brivido freddo scese lungo la spina dorsale di Arthur Sterling.
Nel folklore dei marinai del XIX secolo, il termine Popolazione ostile celava un tabù ben più cupo: l'antropofagia rituale.
L'idea che quei tagli potessero appartenere a naufraghi catturati settimane prima o a membri di tribù rivali fece salire alla gola di Tosca un fiotto acuto di bile.
La pelle le si accapponò sotto i vestiti umidi; le viscere si contrassero in una morsa di puro terrore al pensiero che la propria carne potesse fare la stessa fine, consumata, assimilata, consacrata agli spiriti della giungla.
Lo stregone s'avvicinò al grande vaso cerimoniale di bronzo scuro.
La sua pelle, dipinta di bianco con polvere di conchiglie polverizzate, pareva l'involucro d'uno spettro. Lo stregone, in una preparazione culinaria minuziosa e tradizionale, non si limitava a sbriciolare funghi e bacche nell'acqua in ebollizione.
Nel calderone vennero versati grassi animali liquefatti, midollo estratto da lunghe ossa intagliate e un trito acuto di radici piccanti.
Il cerchio dei corpi intorno al calderone di bronzo nero divenne uno spazio in cui le leggi della fisica e della morale occidentale cessarono di esistere, dissolte in un unico, immenso organismo pulsante.
I tamburi, percossi con una regolarità che imitava il battito cardiaco di una bestia colossale, scandivano un tempo che non conosceva più passato né futuro, confinato unicamente nell'istante carnale della combustione e del desiderio.
Il calderone stesso sembrava respirare.
Dal suo interno, un liquido denso, scuro e oleoso continuava a gorgogliare, sprigionando bolle che scoppiavano in superficie rilasciando densi sbuffi di vapore.
Quel fumo non era un semplice gas di scarico della cottura, ma un aerosol denso e psicotropo, composto dalla linfa di piante proibite, radici allucinogene pestate a freddo nei mortai di pietra e grassi animali fusi lentamente sulle braci vive.
Non appena i vapori densi e lattiginosi si alzavano nell'aria della notte, investivano i presenti come un'onda di calore intensissimo.
L'odore era complesso, inebriante, intriso di note pungenti di sandalo, resina di pino bruciata, muschio umido e il sapore ferroso e inconfondibile della carne arrostita.
Respirare significava cedere.
Ogni inspirazione riempiva i polmoni di un elisir che intorpidiva i pensieri logici e accendeva i terminali nervosi della pelle.
La temperatura attorno al fuoco era salita a livelli febbrili, arroventata non solo dalle fiamme che lambivano il metallo, ma dall'attrito di decine di corpi nudi che si muovevano, strusciavano e filtravano attraverso la nebbia profumata.
I guerrieri e le donne della tribù non danzavano con la rigida simmetria delle coreografie rituali civilizzate; i loro movimenti erano fluidi, predatori, sfacciati nella loro sfrontata nudità.
L'olio di noce spalmato generosamente su ogni centimetro di pelle trasformava i loro toraci, i fianchi e le cosce in superfici specchianti, capaci di catturare e riflettere i bagliori sanguigni del fuoco.
Ogni contrazione dei muscoli addominali di Kaelo, ogni sobbalzo del bacino delle donne che lo circondavano, era un'affermazione di vitalità incontaminata.
I tatuaggi geometrici neri, incisi in profondità nella carne, sembravano contorcersi e prendere vita sotto l'effetto combinato del sudore e dei vapori, tracciando mappe di un piacere arcaico e minaccioso.
Al centro di quel vortice di membra lucide, i tre europei erano prigionieri di una percezione alterata. La realtà circostante si era frantumata in frammenti sensoriali puri: il suono sordo dei pestelli, il crepitio della legna resinosa, il calore viscerale che saliva dalla terra battuta e, su tutto, la consistenza tattile dell'aria che sembrava farsi solida, pesante come un mantello di velluto bagnato adagiato sulle spalle.
Tosca avvertiva la dissoluzione dei propri confini corporei come una vertigine profonda.
Il cotone inzuppato della sua camicia, ormai ridotto a una seconda pelle trasparente e aderente, non offriva alcuna protezione contro gli sguardi e i contatti della folla.
Le mani dei danzatori la sfioravano al passaggio — dita calde, callose ma incredibilmente leggere, che le accarezzavano i fianchi, le braccia, la nuca, lasciando scie di un brivido elettrico che le percorreva la spina dorsale.
La corda di fibra di cocco che le legava i polsi non era più uno strumento di tortura, ma un legame sensuale; ogni volta che il suo corpo si muoveva, lo sfregamento della fibra ruvida contro l'epidermide irritata provocava una fitta di piacere acuto, quasi doloroso, che le faceva socchiudere le labbra in un ansimare strozzato.
Vincenzo, un tempo uomo di rigore scientifico e di tassonomie botaniche, giaceva in ginocchio ai margini del cerchio, completamente sopraffatto dai fumi del calderone.
I suoi occhi erano sbarrati, fissi sulle volute di fumo che si perdevano tra le chiome scure della giungla. Non provava più terrore per la propria incolumità fisica; il suo intelletto era stato sradicato e sostituito da un'aspirazione primordiale all'annullamento.
Intorno a lui, alcune donne del villaggio lo circondavano con una dolcezza quasi predatoria, passandogli le mani tra i capelli madidi di sudore, premendogli i seni sodi e caldi contro le spalle, guidando le sue dita a toccare la terra umida intrisa di succhi vegetali e polline.
Ogni barriera tra l'uomo e l'ambiente era crollata; la sua pelle respirava la stessa umidità della foresta, il suo sangue pulsava allo stesso ritmo dei tamburi.
Arthur Sterling, poco distante, lottava con gli ultimi residui della sua educazione vittoriana, ma la resistenza era vana.
Il fumo denso del calderone gli aveva annebbiato la vista, riducendo il mondo a un chiaroscuro di fuochi e ombre danzanti.
Le voci dei suoi compagni gli giungevano lontane, soffocate dal boato ritmico della tribù. Senti un braccio possente cingergli la vita con forza inesorabile, sollevandolo parzialmente da terra in una morsa che non lasciava scampo ma che, allo stesso tempo, offriva un sostegno inaspettato. Era il contatto con una fisicità estranea e magnifica, privata di qualsiasi ipocrisia, che lo costringeva a fare i conti con la propria fragilità animale.
Vicino al grande vaso di bronzo, Kaelo accentuò la centralità del proprio rito.
Il capo guerriero immerse un lungo forchettone di legno intagliato nel liquido ribollente, estraendo un taglio di carne arrostita che grondava umori densi e speziati. La superficie della pietanza era scura, caramellata dalle resine della giungla e cosparsa di bacche schiacciate che rilasciavano un profumo acre e penetrante.
Kaelo avanzò lentamente verso Tosca, fendendo la cortina di fumo con la grazia implacabile di una pantera.
La luce del fuoco scolpiva i muscoli del suo petto e le linee spigolose del viso, dove gli occhi brillavano di un chiarore selvaggio e magnetico. Si fermò a un palmo di distanza dall'antropologa, così vicino che lei poteva avvertire il calore irradiato dal suo corpo e l'odore intenso di pelle pulita, fumo e resina che emanava da lui.
Con un movimento lento, quasi teatrale ma carico di una tensione erotica insopportabile, Kaelo sollevò un pezzo della carne fumante e se ne portò un boccone alle labbra.
I suoi denti bianchi recisero la fibra muscolare con un suono netto, mentre un rivolo di succo caldo e rossastro colava lungo il suo mento, scendendo lentamente verso la gola tesa e scomparendo nella fossetta del petto. La fissava negli occhi senza distogliere lo sguardo neanche per un istante, stabilendo un dominio visivo che annullava ogni volontà autonoma.
Poi, strappando un altro frammento di quella carne intrisa di spezie e mistero, lo tese verso le labbra di Tosca.
Il tempo sembrò fermarsi.
Intorno a loro, il frastuono dei tamburi e i canti gutturali della tribù si attutirono, trasformandosi in un ronzio di fondo, simile al brulichio di un insetto notturno.
Tosca rimase immobile, il respiro bloccato in gola.
Il profumo intenso del cibo si mescolava all'alito caldo di Kaelo. Sentiva la punta delle dita del guerriero sfiorarle leggermente il labbro inferiore, una pressione appena accennata ma carica di un'autorità soverchiante.
Senza cedere alla paura, guidata da un impulso che non apparteneva più alla sua coscienza civile ma a quella notte primordiale, Tosca socchiuse le labbra e accettò il boccone.
Il sapore fu un'esplosione traumatica e magnifica sulle papille gustative: un misto di dolcezza carnale, asprezza di bacche selvatiche e il calore bruciante delle radici piccanti che le pervase la bocca, scendendo come una lingua di fuoco lungo l'esofago fino a depositarsi nello stomaco. Quell'atto di assimilazione non fu solo un nutrimento, ma un sacramento di compenetrazione: inghiottire quella carne significava accettare il patto segreto dell'isola, accogliere il suo veleno dolce nel proprio sangue, diventare parte di quell'ecosistema feroce e perfetto.
Un boato di approvazione si levò dalla folla dei Daiaki.
Le donne e i guerrieri intensificarono il ritmo della danza, stringendo il cerchio attorno ai prigionieri in una morsa sempre più stretta e soffocante.
I corpi si urtavano in un contatto continuo, disordinato, privo di pudore.
Uomini e donne si cercavano, si avvinghiavano, scivolando l'uno contro l'altra in un'orgia di sudore e respiri ansimanti, dove la violenza della caccia e la tenerezza dell'abbandono si fondevano in un unico abbraccio collettivo.
I fumi del calderone, spinti da una leggera brezza notturna proveniente dall'oceano, calarono ulteriormente sulla radura come una nebbia pesante, avvolgendo ogni cosa in un chiarore lattiginoso e irreale.
Sotto quel velo protettivo, i confini tra i corpi degli indigeni e quelli degli europei si confusero definitivamente.
Non esistevano più vincitori né vinti, né scienziati né selvaggi: vi era solo la materia viva della carne umana, esposta alla furia dei sensi, riscaldata dal fuoco sacro e battezzata dall'abisso di un'isola senza nome.
Quando le prime luci dell'alba squarciarono la volta della giungla, la nebbia speziata non era che un velo sottile che strisciava sull'erba impregnata di rugiada.
Il fuoco era ridotto a un cumulo di braci rosse e fumanti, che ancora emanavano un tepore dolce. Il villaggio riposava in un silenzio carico di intimità, come una stanza da letto dopo una notte di passione sfrenata.
Tosca riaprì gli occhi lentamente.
La sua pelle era calda, coperta da un sottile velo di rugiada e di essenze condensate che la rendevano vellutata al tatto.
Si sentiva rinata, privata di ogni riserva o vergogna.
Kaelo si avvicinò a lei con passo deciso, ma tranquillo.
Senza dire una parola, estrasse il coltello di ossidiana.
La lama scura scivolò tra la canapa delle legature e i polsi di Tosca; il contatto casuale tra il dorso della mano di Kaelo e la carne dell'antropologa scatenò in entrambi una scossa elettrica. L'uomo non ritirò la mano: sfiorò con la turgida polpa del pollice il punto in cui il polso di Tosca pulsava forte, sentendo il sangue di lei battere all'impazzata.
Tosca non retrasse il braccio.
Lo guardò negli occhi, aprendo le labbra secche per trarre un respiro profondo.
I tre studiosi vennero liberati, ma nessuno di loro fece un gesto per fuggire o per allontanarsi. L'isola li aveva compenetrati, iniettando nelle loro vene la propria linfa sconosciuta.
Lo stregone si fece avanti e rese omaggio al risveglio degli ospiti offrendo loro un guscio di cocco levigato, colmo di una bevanda densa e lattiginosa.
Tosca fu la prima a bere: il liquido era dolce, fresco, con un retrogusto di radice che le bruciò piacevolmente la gola, scendendo nel ventre come una vampata di calore estatico.
Quando passò il guscio a Kaelo, le loro dita si intrecciarono per un istante prolungato, un contatto solenne e carnale che suggellò una promessa indelebile tra due mondi.
Per due giorni, gli esploratori vissero in una simbiosi quasi idilliaca e conturbante con la tribù. Vincenzo osservava le piante guidato dalle mani morbide e calde delle donne del villaggio, che gli mostravano come spremere i frutti per ricavarne umori profumati, ridendo del suo imbarazzo quando le loro spalle nude urtavano il suo petto.
Tosca apprendeva i significati dei tatuaggi facendosi tracciare con le dita intinte nella pittura vegetale le linee sacre lungo le braccia e le clavicole, provando un brivido sottile a ogni pressione della materia organica sulla sua pelle candida.
La diffidenza iniziale si trasmutò in una sottile complicità tattile. Le donne del villaggio intrecciavano nei capelli di Tosca fiori rossi la cui linfa profumava la testa di un vapore inebriante, mentre Kaelo le mostrava il modo di muoversi tra le felci senza far rumore, afferrando spesso le sue mani per guidarle sulla buccia spessa dei frutti selvatici o sui rilievi delle lance di legno nero.
Ogni insegnamento non era veicolato da spiegazioni logiche, ma dal contatto pelle contro pelle, da uno scambio di sguardi e da un linguaggio muto in cui il desiderio si fondeva con la venerazione sacra per la vita selvatica.
Al tramonto del terzo giorno, la spiaggia di sabbia vulcanica nera ardeva degli ultimi bagliori violacei del sole che sprofondava nell'oceano.
L'acqua battente era calda, quasi termale, e avvolgeva le caviglie degli esploratori come una stretta languida.
Kaelo e i suoi guerrieri scortarono la spedizione fino al bagnasciuga.
Il capo guerriero si arrestò di fronte a Tosca. Tra di loro non servivano più parole o traduzioni: la notte del rituale aveva abbattuto ogni barriera linguistica, sostituendola con la comprensione profonda della carne e dello spirito. Kaelo allungò la mano e, con la punta dell'indice, tracciò un'ultima linea di polvere vulcanica bagnata sul collo di Tosca, facendola scivolare fin sotto l'incavo della clavicola. Un segno di possesso spirituale, un amuleto invisibile che lei avrebbe portato sulla pelle per il resto dei suoi giorni.
La lancia a remi staccò dalla battigia con un suono soffocato.
Dalla spiaggia, le figure scolpite e magnifiche dei Daiaki rimanevano immobili, sagome scure e perfette stagliate contro il cielo di rame.
A bordo de L’Astrolabe, la realtà del mondo civile ripiombò sugli esploratori con la freddezza di una doccia gelata, ma qualcosa in loro era mutato per sempre.
Arthur Sterling si chiuse nella sua cabina, respirando ancora l'aroma di sandalo e resina che s'era impregnato nelle trame dei suoi abiti. Prese la carta nautica ufficiale, l'inchiostro scuro e il pennino. Con mano tremante ma risoluta, tracciò una serie di pennellate dense, cancellando la croce rossa, cancellando le diciture, ricoprendo la posizione dell'isola con un mare profondo, insondabile, vergine.
Tosca, affacciata alla poppa, guardava l'isola venire inghiottita dalle nebbie mattutine.
Si toccò la clavicola, dove la pelle conservava ancora il calore della mano di Kaelo e il profumo di quella notte incantata.
L'isola dei Daiaki non era stata conquistata; era stata l'isola a conquistarli, lasciando nel loro sangue un veleno dolce, un desiderio inconfessabile e la certezza che certi segreti debbano restare per sempre protetti dall'ombra e dal mare.

Vacca 24
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